Andrea Calogero Camilleri 

Nascita: 6 settembre 1925, Porto Empedocle.

Morte: 17 luglio 2019, Rione XIV Borgo, Roma.

Andrea Camilleri non ama definirsi uno scrittore siciliano, ma uno scrittore italiano nato in Sicilia, che conserva la parlata dialettale. È molto amato e seguito dal pubblico e le sue opere sono oggi tradotte nelle principali lingue del mondo. Scomparso di recente, nel luglio del 2019, ha lasciato a memoria di sé una vasta produzione letteraria. I racconti e i romanzi di maggior successo dell’autore siciliano sono quelli che hanno come protagonista il commissario Montalbano, divenuto particolarmente popolare grazie alla fortunata serie televisiva che lo ha visto interpretato da Luca Zingaretti.

L’esordio come scrittore risale al primo dopoguerra, ma i lavori di una certa levatura arrivano verso fine anni Settanta, quando comincia a dedicarvisi in maniera quasi esclusiva. Al 1978 risale, ad esempio, “Il corso delle cose” (scritto nel 1968, ma ritenuto impubblicabile dagli editori) e al 1980 “Un filo di fumo”, in cui compare per la prima volta l’immaginaria Vigata, ambientazione di tutti i racconti gialli di Montalbano. Per quanto riguarda i lavori sul commissario Montalbano, nel 1994, a 69 anni, Camilleri scrive “La forma dell’acqua”. “Il cane di Terracotta”, pubblicato nel 1996, è il secondo romanzo della serie incentrata sulle avventure del commissario Montalbano, seguito da “Il ladro di Merendine”, pubblicato nel medesimo anno (1996) e da “La voce del violino” del 1997.

Camilleri ha dichiarato che la scintilla da cui nasce la sua scrittura è accesa da un fatto, un dettaglio, un dato storico per i romanzi storici, un episodio spesso di cronaca locale, spesso nera, per quasi tutti i Montalbano, lo colpisce in modo particolare e che poi rielabora.

«[…] io non ho una possibilità di invenzione che non abbia riferimento reale. Cioè io non so inventarmi nulla dal nulla. Proprio ho una necessità di partire sempre da qualcosa di già accaduto, letto, sentito dire. Io ho sempre bisogno di un punto di partenza, minimo se vuoi, del fatto accaduto, di qualcosa che è già successo. Guarda, può essere una frase, sulla quale posso anche scrivere un romanzo di duecento pagine, ma bisogna che quella frase sia stata detta […]» (La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, Marcello Sorgi, pp. 80-81).

Dunque, lo scrittore per le sue storie ha bisogno di un appiglio reale e ritiene di non essere in grado di inventare ex novo. Possiamo fare qualche esempio: l’intreccio de “La forma dell’acqua”[1] nasce dalla vicenda del notabile di un paese della provincia laziale trovato morto in circostanze scabrose, oppure l’originale idea de “Il cane di Terracotta”[2] è dovuta a uno scambio culturale con alcuni allievi registi egiziani. A Camilleri è sufficiente un solo spunto, che è necessario a far scaturire il fluire della creatività e che in qualche caso può avere addirittura una matrice autobiografica: è lo stesso autore a confessare di essere sopravvissuto a una strage di stampo mafioso, esperienza che riecheggia ne “Il birraio di Preston”[3]. Inoltre, i suoi ritratti dei boss della malavita sono mutuati anche da incontri reali.

L’autore ha dunque la straordinaria capacità di assimilare le più disparate esperienze e l’attitudine a trasformarle in episodi letteralmente plausibili. Tutti i giorni dalle sette alle dieci, poi altre tre ore alla sera è il tempo che passa al computer per costruire i suoi romanzi dopo averli immaginati leggendo le cronache dei giornali o inzuppandosi di realtà nelle strade e nei negozi sotto casa.

La vista dell’autore è peggiorata nel tempo: nel 2005 afferma che, se prima poteva passare 4 o 5 ore a scrivere al pc, allora non resisteva più di 2 ore. Perderà definitivamente la vista nel 2016, all’età di 91 anni e verrà affiancato nel suo lavoro da Valentina Alferj alla quale detterà i suoi libri a partire dal romanzo “L’altro capo del filo” (2016).

Sappiamo che Camilleri si fidava di lei, tanto da averla scelta per la stesura dei suoi racconti. Camilleri si fidava di lei, tanto da ritenere che Valentina fosse l’unica a saper scrivere nella lingua di Montalbano, nonostante le sue origini abruzzesi.

La lingua di Camilleri è un pastiche di lingue e dialetti che comprende italiano, spagnolo, siciliano, genovese. Tra i diversi registri e strati linguistici della sua produzione si possono individuare: dialetti, neologismi, registro ironico, forme di italiano regionale, linguaggio che contamina l’italiano con il vernacolo, slang familiare, italiano ‘maccheronico’, lingua italiana corrente, oscillante tra il parlato quotidiano e un’espressione più attenta lessicalmente, infine forme lingustiche decisamente auliche. Frequente è anche il ricorso, sempre con intento parodistico, al linguaggio burocratico, mentre sporadicamente compaiono lingue straniere.

Il gioco linguistico di Camilleri è il frutto di una scelta istintiva, nata sostanzialmente dalla inadeguatezza della lingua italiana, ritenuta una lingua utile alla comunicazione formale o burocratica, ma priva di efficacia espressiva. Il dialetto, invece, si presenta agli occhi dello scrittore vivo, la vera «lingua madre» nella quale si pensa e si parla nel modo più autentico.

Secondo le dichiarazioni di Camilleri, quel suo linguaggio così peculiare sembra essersi imposto all’autore in modo naturale, per tradizione, per abitudine:

«Quando cercavo una frase o una parola che più si avvicinava a quello che avevo in mente di scrivere la trovavo nel mio dialetto o meglio nel parlato quotidiano di casa mia. Che fare?» (I colori della letteratura. Un’indagine sul caso Camilleri, Simona Demontis, p.27).

Camilleri è diventato negli anni una figura di spicco nel panorama culturale italiano, con frequenti incursioni anche in quello politico: difficile da relegare unicamente all’ambito letterario, è stato anche uno sceneggiatore, regista di televisione, teatro e radio e drammaturgo, con ben 110 regie teatrali, un migliaio di regie radiofoniche e un centinaio di regie televisive, maturando così una capacità di comunicazione che gli ha permesso di rivolgersi a un pubblico dal target diversissimo.

[1] La vicenda si svolge a Vigata nel 1994. Due netturbini trovano uno dei notabili del luogo, l’ingegner Luparello, morto e seminudo dentro una macchina parcheggiata alla mannara, un luogo alla periferia della città, meta di prostitute e spacciatori.

[2] In coda ad un delitto di mafia, se ne trova un altro, più conturbante: due cadaveri di giovani amanti abbracciati, nel doppio fondo di una grotta, sorvegliati da un enorme cane di terracotta, secondo un rituale evidente, ma sconosciuto.

[3] Dove un incendio devasta il teatro e fa anche delle vittime.

Bibliografia e sitografia:

«Due cose mi dispiace non vedere: i colori e mia nipote che cresce», intervista a cura di Teresa Ciabatti, La lettura-Corriere della Sera, n°308, 22 ottobre 2017, al link https://www.corriere.it/la-lettura/19_luglio_17/andrea-camilleri-intervista-di-teresa-ciabatti-446118e4-90f0-11e9-800d-4c08a8e6b4ca.shtml;

Ecco come la penso. Andrea Camilleri, 88 anni, lucido, ma distaccato e senza reticenze, 26 giugno 2013, intervista a Camilleri di Angela Iantosca, Io Acqua e Sapone, al link https://www.ioacquaesapone.it/articolo.php?id=1410 ;

Elogio dell’insularità. Intervista ad Andrea Camilleri, Simona Demontis, «La grotta della vipera», n.88, inverno 1999, p.47;

I colori della letteratura. Un’indagine sul caso Camilleri, Simona Demontis, Milano, Rizzoli, 2001, p. 71;

I tre consigli di Andrea Camilleri, Umberto De Tomi, 27 novembre 2019, video consultabile al link https://vdnews.tv/article/andrea-camilleri-frasi;

Il carico da undici. Le carte di Andrea Camilleri, Gianni Bonina, Barbera Editore, 2007, pp. 330-331

Il traguardo record di Andrea Camilleri: 100 libri, Patrizia Bacci, 1 luglio 2016 al link https://italianoincorso.com/2016/07/01/il-traguardo-record-di-andrea-camilleri-100-libri/.

La gana di contar storie, 15 giugno 2005, rivista Altrove – Storie, n.6, p. 11, recuperabile al link http://www.vigata.org/rassegna_stampa/2005/giu05.shtml. Sito della rivista consultabile tramite Wayback Machine di Internet Archive al link http://web.archive.org/web/20070303102439/http://www.altrovelarivista.it/index.php?n=118&PHPSESSID=056bf5ec6597a8e53ebfb281837fc0e1;

La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea Camilleri, Marcello Sorgi, Sellerio editore Palermo, 2000, pp. 80-81;

Scrittura e filologia nell’era digitale, Domenico Fiormonte, Bollati Boringhieri, 2003, pp.71-75.

EPR: extended producer responsibility

Con il D.lgs. 116/2020 (in particolare, v. art. 1, c. 2 e 3), il legislatore italiano, in linea con la Direttiva UE 851/2018, ha riscritto l’art. 178bis D.lgs. 152/2006, che disciplina la responsabilità estesa del produttore, ed ha introdotto l’articolo 178ter D.lgs. 152/2006 relativo ai requisiti generali minimi in materia di responsabilità estesa del produttore.

In particolare, al fine di rafforzare il riutilizzo, la prevenzione, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti, con uno o più decreti adottati ai sensi dell’art. 17, c. 3, della L. 400/1988 del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministero dello sviluppo economico, sentita la Conferenza unificata, sono istituiti, anche su istanza di parte, regimi di responsabilità estesa del produttore. Con il medesimo decreto sono definiti, per singolo regime di responsabilità estesa del produttore, i requisiti, nel rispetto dell’articolo 178ter, e sono altresì determinate le misure che includono l’accettazione dei prodotti restituiti e dei rifiuti che restano dopo l’utilizzo di tali prodotti e la successiva gestione dei rifiuti, la responsabilità finanziaria per tali attività nonché misure volte ad assicurare che qualsiasi persona fisica o giuridica che professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, tratti, venda o importi prodotti (produttore del prodotto) sia soggetto ad una responsabilità estesa del produttore.

Sono fatte salve le discipline di responsabilità estesa del produttore di cui agli articoli 217 e seguenti del Codice dell’ambiente (D.lgs. 152/2006).

La responsabilità estesa del produttore del prodotto è applicabile fatta salva la responsabilità della gestione dei rifiuti di cui all’articolo 188, c. 1, D.lgs. 152/2006 e fatta salva la legislazione esistente concernente flussi di rifiuti e prodotti specifici.

I regimi di responsabilità estesa del produttore istituiti con i decreti di cui sopra prevedono misure appropriate per incoraggiare una progettazione dei prodotti e dei loro componenti volta a ridurne gli impatti ambientali e la produzione di rifiuti durante la produzione e il successivo utilizzo dei prodotti e tesa ad assicurare che il recupero e lo smaltimento dei prodotti che sono diventati rifiuti avvengano secondo i criteri di priorità di cui all’art. 179 D.lgs. 152/2006 e nel rispetto del c. 4 dell’articolo 177 D.lgs. 152/2006.

Tali misure incoraggiano, tra l’altro, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti e componenti dei prodotti adatti all’uso multiplo, contenenti materiali riciclati, tecnicamente durevoli e facilmente riparabili e che, dopo essere diventati rifiuti, sono adatti a essere preparati per il riutilizzo e riciclati per favorire la corretta attuazione della gerarchia dei rifiuti. Le misure tengono conto dell’impatto dell’intero ciclo di vita dei prodotti, della gerarchia dei rifiuti e, se del caso, della potenzialità di riciclaggio multiplo.

I decreti di cui sopra devono:

  1. tenere conto della fattibilità tecnica e della praticabilità economica, nonché degli impatti complessivi sanitari, ambientali e sociali, rispettando l’esigenza di assicurare il corretto funzionamento del mercato interno;
  2. disciplinare le eventuali modalità di riutilizzo dei prodotti, nonché di gestione dei rifiuti che ne derivano ed includono l’obbligo di mettere a disposizione del pubblico le informazioni relative alla modalità di riutilizzo e riciclo;
  3. prevedere specifici obblighi per gli aderenti al sistema.

I regimi di responsabilità estesa del produttore devono rispettare i seguenti requisiti:

  1. definizione dei ruoli e delle responsabilità di tutti i pertinenti attori coinvolti nelle diverse filiere di riferimento, compresi i produttori che immettono prodotti sul mercato nazionale, le organizzazioni che attuano, per conto dei produttori di prodotti, gli obblighi derivanti dalla responsabilità estesa di questi ultimi, i gestori pubblici o privati di rifiuti, le autorità locali e, ove applicabile, gli operatori per il riutilizzo e la preparazione per il riutilizzo e le imprese dell’economia sociale;
  2. definizione in linea con la gerarchia dei rifiuti degli obiettivi di gestione dei rifiuti, volti a conseguire almeno gli obiettivi quantitativi rilevanti per il regime di responsabilità estesa del produttore e per il raggiungimento degli obiettivi di cui al presente decreto ed alle direttive 94/62/CE, 2000/53/CE, 2006/66/CE e 2012/19/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, e definiscono, ove opportuno, altri obiettivi quantitativi e/o qualitativi considerati rilevanti per il regime di responsabilità estesa del produttore;
  3. adozione di un sistema di comunicazione delle informazioni relative ai prodotti immessi sul mercato e dei dati sulla raccolta e sul trattamento di rifiuti risultanti da tali prodotti, specificando i flussi dei materiali di rifiuto e di altri dati pertinenti da parte dei produttori;
  4. adempimento degli oneri amministrativi a carico dei produttori e importatori di prodotti, nel rispetto del principio di equità e proporzionalità in relazione alla quota di mercato e indipendentemente dalla loro provenienza;
  5. assicurazione che i produttori del prodotto garantiscano la corretta informazione agli utilizzatori del loro prodotto e ai detentori di rifiuti interessati dai regimi di responsabilità estesa del produttorecirca le misure di prevenzione dei rifiuti, i centri per il riutilizzo e la preparazione per il riutilizzo, i sistemi di ritiro e di raccolta dei rifiuti e la prevenzione della dispersione dei rifiuti nonché le misure per incentivare i detentori di rifiuti a conferire i rifiuti ai sistemi esistenti di raccolta differenziata, in particolare, se del caso, mediante incentivi economici.

I regimi di responsabilità estesa devono assicurare:

  1. una copertura geografica della rete di raccolta dei rifiuti corrispondente alla copertura geografica della distribuzione dei prodotti, senza limitare la raccolta alle aree in cui la raccolta stessa e gestione dei rifiuti sono più proficue e fornendo un’adeguata disponibilità dei sistemi di raccolta dei rifiuti anche nelle zone più svantaggiate;
  2. idonei mezzi finanziari o mezzi finanziari e organizzativi per soddisfare gli obblighi derivanti dalla responsabilità estesa del produttore;
  3. meccanismi adeguati di autosorveglianza supportati da regolari verifiche indipendenti per valutare: (a) la loro gestione finanziaria; (b) la qualità dei dati raccolti e comunicati e delle disposizioni del regolamento (CE) n. 1013/2006;
  4. pubblicità delle informazioni sul conseguimento degli obiettivi di gestione dei rifiuti , e, nel caso di adempimento collettivo degli obblighi in materia di responsabilità estesa del produttore, informazioni altresì su: (a) proprietà e membri; (b) contributi finanziari versati da produttori di prodotti per unità venduta o per tonnellata di prodotto immessa sul mercato; (c) procedura di selezione dei gestori di rifiuti.

Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare esercita la funzione di vigilanza e controllo sul rispetto degli obblighi derivanti dalla responsabilità estesa del produttore. Al fine dello svolgimento della funzione di vigilanza e controllo , presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare è istituito il Registro nazionale dei produttori al quale i soggetti sottoposti ad un regime di responsabilità estesa del produttore sono tenuti ad iscriversi secondo le modalità definite con decreto.

Fonti: Il Sole 24 Ore; Codice Civile; rinnovabili.it; ricircola.it.

Terapia genica

L’obiettivo di questa terapia avanzata e di precisione è quella di fornire all’organismo una corretta copia del gene difettoso o un altro gene che possa aggiustarne il difetto: la patologia è trattata direttamente nelle cellule del paziente.

In genere, si usano i cosiddetti vettori virali per inserire il gene terapeutico nelle cellule del paziente. I vettori virali sono virus che, dopo essere stati resi innocui, vengono trasformati in traghettatori del materiale genetico terapeutico.

Fonte: Advances in Biochemical Engineering/Biotechnology

Perché le tempeste solari sono una minaccia per i satelliti

Il Sole libera nello spazio una varietà di particelle elettricamente cariche che costituiscono il cosiddetto vento solare. Questo fenomeno genera un campo magnetico interplanetario che permea la distanza fra il Sole e i vari pianeti del nostro sistema, delimitando il confine delle magnetosfere planetarie, se presenti.

L’interazione descritta dipende dunque dall’intensità dell’attività solare che presenta dei transienti, durante i quali possono verificarsi eventi che impattano sulle caratteristiche di regioni molto prossime alle superfici planetarie, come nel caso dell’atmosfera terrestre che durante i picchi solari può andare incontro a un intenso riscaldamento.

L’energia rilasciata durante le tempeste solari aumenta il numero di particelle che possono potenzialmente colpire la strumentazione di bordo dei satelliti, causando danni talvolta irreversibili a componenti vitali quali gli strumenti di telecomunicazione, o comunque alterandone il funzionamento.

Flare Solare – NASA

Oltre ad avere un effetto diretto sulla strumentazione dei satelliti, queste tempeste possono mettere a rischio le loro missioni anche agendo sull’atmosfera terrestre: il riscaldamento degli strati atmosferici superiori (termosfera) comporta un aumento di densità in regioni con valori tipicamente bassi, andando a distorcere i modelli utilizzati per progettare le orbite dei satelliti con passaggi in bassa orbita terrestre. Dunque, l’aumento di densità comporta una maggior resistenza aerodinamica sui satelliti, degradandone l’orbita più del previsto e in casi estremi causandone il collasso.

Questo è ciò che è accaduto a molti dei satelliti Starlink (vedi articolo al link seguente: link) lanciati nel mese di febbraio: in questa occasione SpaceX ha perso 38 dei 49 satelliti che avrebbero dovuto popolare una costellazione adibita all’internet satellitare, con danni stimati per circa 50 milioni di dollari. L’incidente è stato causato proprio da una tempesta solare, che ha portato all’aumento della resistenza aerodinamica fino al 50% oltre i valori previsti, impedendo inoltre ai vari satelliti di uscire dalla modalità di sicurezza per utilizzare i propri sistemi propulsivi nel tentativo di raggiungere le orbite finali.

Visto il costante aumento della popolazione satellitare che sta caratterizzando l’attuale periodo storico, il monitoraggio delle attività solari sta acquisendo sempre maggior rilevanza, nel tentativo di limitare o prevenire danni dovuti a situazioni simili a quelle delineate. Solo tramite lo sviluppo di tecniche per la previsione di eventi solari sempre più accurate sarà possibile tenere sotto controllo questo fenomeno e garantire la totale sicurezza delle future missioni satellitari.

In Slovenia i liberali e progressisti trionfano alle elezioni nazionali

Il 24 Aprile, mentre in Francia elettrici ed elettori decidevano le sorti del loro paese, anche in un altro Stato si faceva lo stesso e con risultati sorprendenti: in Slovenia il nuovo partito liberale “Movimento Libertà” stravinceva con il 34.5% dei voti.

Robert Golob, leader del neonato partito liberale ‘Movimento per la Libertà’ reagisce dopo aver tenuto un discorso durante la convention pre-elettorale a Lubiana il 19 marzo 2022. (Foto di Jure Makovec / AFP) (Foto di JURE MAKOVEC/AFP via Getty Images)

È passato in sordina, ma in Slovenia ha fatto clamore e ha dato il segnale di un cambio di marcia nella politica slovena. Dopo essere stato governato dal tre volte primo ministro populista e conservatore Janez Janša, il verde stato balcanico è andato al voto – l’affluenza ha raggiunto il 70% degli 1,7 milioni di elettori, molto più alto del 52% delle precedenti elezioni del 2018 – esprimendosi chiaramente per una nuova leadership. Sì perché Robert Golob, presidente del partito Movimento Libertà (in sloveno Gibanje Svoboda, GS) e già in politica dal 1999, si è presentato alle elezioni parlamentari con un programma di stampo ambientalista e liberale che si differenzia sotto molti punti di vista dal programma del Partito Democratico Sloveno, ex partito di maggioranza relativa guidato sin dal 1993 da Janša, e che negli ultimi anni ha subito una deriva sempre più autoritaria.

Secondo l’organizzazione non governativa Freedom House, negli ultimi anni di governo di Janša, la Slovenia ha sperimentato il più forte declino democratico dell’Europa orientale e dell’Asia centrale: se l’ONG ha evidenziato come i diritti politici e le libertà siano stati “generalmente rispettati”, ha comunque affermato che il governo di Janša ha fatto “continui tentativi di minare lo stato di diritto e le istituzioni democratiche, compresi i media e il sistema giudiziario” con misure restrittive riprese da quanto applicato nell’Ungheria di Orbán per l’accesso ai fondi pubblici da parte dei media, accuse infondate alle istituzioni dell’Unione Europea e accuse alla Corte Costituzionale di responsabilità per le morti da coronavirus, dopo che i giudici avevano stabilito che la legislazione Covid-19 del suo governo era incompatibile con la costituzione slovena. Un’altra azione che inquadra il personaggio di Janša è quella di essere stato tra i primi esponenti politici a riconoscere la “vittoria” di Trump alle ultime elezioni presidenziali, vittoria che, però, non è mai esistita poiché il voto ha premiato il candidato avversario Joe Biden, attuale presidente degli Stati Uniti.

Golob, dopo che il suo Movimento è risultato chiaramente vincitore di queste elezioni, ha nuovamente dichiarato che riporterà la “normalità” in Slovenia, dopo che questo “referendum sulla democrazia” ha premiato lui e le sue proposte liberali e green.
Ma il futuro della Slovenia non è già scritto. Secondo l’analista Miha Kovač, il Movimento Libertà non ha un apparato di partito ben consolidato, una solida esperienza politica né una consolidata esperienza di governo. Questi fattori metteranno alla prova il governo di Golob insieme agli alleati, nel frattempo Janša resterà in agguato per cogliere la prima occasioni per riprendersi il potere.

I fattori ESG

L’acronimo ESG si riferisce alle parole Environment, Social and
Governance. In particolare, i fattori ambientali considerano il consumo
energetico e delle risorse naturali, le emissioni di anidride carbonica,
l’inquinamento ed i rifiuti così come le iniziative pro-sostenibilità; inoltre,
essi includono i potenziali rischi ambientali che l’azienda dovrà
fronteggiare e gli effetti dell’introduzione di nuove normative ambientali
sull’attività d’impresa. I fattori sociali considerano tutte le iniziative
aziendali che hanno un impatto sulla comunità, ovvero il rispetto dei diritti
umani e della parità di genere, l’attenzione alle condizioni lavorative, il
rifiuto di ogni forma di discriminazione, la privacy e la sicurezza dei dati,
nonché le iniziative che contribuiscono allo sviluppo del territorio ed al
benessere degli abitanti in cui la società opera. I fattori di governance permettono di valutare le imprese con riferimento al management
(diversità di genere, onorabilità, professionalità, indipendenza ed etica) ed
al sistema di controllo interno e di gestione dei rischi (presenza di comitati
endoconsiliari), all’etica commerciale (codice di condotta) ed alla
trasparenza delle politiche aziendali (retribuzione degli amministratori).

Vaccino contro il tumore al fegato: risultati positivi dai primi test

fonte: hepavac.eu

Dopo uno studio durato ben sette anni, sono usciti i primi risultati della sperimentazione clinica di fase I di HepaVac, il primo vaccino terapeutico che si propone di combattere il cancro al fegato.

Questa tipologia di tumore è la terza causa di morte per motivi oncologici a livello globale; in quest’ottica, questo studio potrebbe aprire nuovi orizzonti terapeutici per la lotta a questa malattia.

Questa innovazione in campo medico acquista maggior importanza, se si considera anche il fatto che attualmente le terapie per combattere il cancro al fegato sono molto limitate.

Inoltre, ad oggi Hepavac può vantare di essere l’unico vaccino di questo tipo attualmente in fase di sperimentazione.

Lo studio, pubblicato sulla rivista americana Clinical Cancer Research,,è stato condotto su 82 pazienti con carcinoma epatocellulare in stadi che andavano da molto precoce a intermedio.

Al presente studio hanno partecipato anche 5 Paesi europei, fra cui l’Italia, dove in particolare i pazienti sono stati arruolati dall’Istituto dei tumori di Napoli e dal Sacro Cuore di Verona.

Degli 82 pazienti presi in esame, 22 sono stati vaccinati con Hepavac. In particolare, il vaccino è stato somministrato solo ai pazienti che non presentavano recidiva della malattia dopo i trattamenti standard di cura attuali.

Dopo sette anni dall’inizio di questo studio (ad ottobre 2018, dopo 3 anni di studi, il primo paziente, proveniente dall’Istituto Pascale di Napoli, veniva vaccinato con Hepavac), i risultati che sono emersi dal punto di vista clinico evidenziano un’importante risposta immunologica da parte dei pazienti vaccinati.

In particolare, la risposta immunologica dei pazienti è stata misurata tramite induzione di cellule T specifiche per gli antigeni vaccinali, e tale risposta è risultata significativa.

In seconda analisi, per valutare la buona riuscita dello studio, sono stati valutati anche parametri immunologici aggiuntivi e presi in esame diversi criteri di sopravvivenza. 

Infatti, lo studio in questione ci da importanti informazioni anche sulla sicurezza di Hepavac: gli effetti collaterali che sono stati osservati sui pazienti vaccinati sono di lieve entità, e a rapida risoluzione.

In conclusione, i risultati attuali sono da considerarsi una prova iniziale per la sicurezza e l’immunogenicità del vaccino. I risultati ottenuti sono incoraggianti, tuttavia sono necessarie ulteriori valutazioni cliniche e un ampliamento della casistica al fine di poter rendere lo studio ancora più robusto e significativo.

Fonte: AACR Journals

Link: https://aacrjournals.org/clincancerres/article-abstract/doi/10.1158/1078-0432.CCR-21-4424/694428/Phase-I-II-multicenter-trial-of-a-novel?redirectedFrom=fulltext

Consiglio d’Europa

Il Consiglio d’Europa invece, nonostante il nome possa confondere, non ha un ruolo istituzionale all’interno dell’Unione Europea e, anzi, ha al suo interno anche Stati che non fanno parte dell’UE ma che sono comunque nel continente europeo per un totale di 46 Stati (la Russia è uscita da poco prima di essere espulsa come conseguenza delle guerra in Ucraina). Esso è un’organizzazione internazionale e tra i suoi obiettivi vi sono la tutela dei diritti dell’uomo, la promozione della democrazia parlamentare e il rispetto del primato del diritto (la “rule of law”). Inoltre, svolge un ruolo attivo nella conclusione di accordi europei per armonizzare le pratiche sociali e giuridiche degli Stati membri.

Fonte: https://www.coe.int/it/web/portal/european-union

Plastiche

In questo articolo analizzeremo le plastiche e utilizzo il plurale e non il singolare perché la plastica non è un materiale o una sostanza unica e ben caratterizzata, bensì una famiglia molto variegata di sostanze organiche prodotte a partire da sostanze derivate dal petrolio o di origine naturale.

Essenzialmente le plastiche sono polimeri ovvero molecole molto grandi formate attraverso una reazione, detta appunto di polimerizzazione, che porta all’unione di una o più molecole di base chiamate monomeri. Per spiegarmi meglio, sperando che con la mia semplificazione non commetta errori, è come se i monomeri fossero i mattoncini di un Lego che incastrati uno dopo l’altro vanno a formare il corpo del polimero.

Capito in generale cosa sia un polimero è bene fare una piccola classificazione per comprendere la vastità dell’insieme che raggruppa tutte le sostanze che fanno parte di questa grande famiglia. I polimeri si possono dividere in base alla loto struttura in:

-Lineari se i monomeri si incastrano uno dopo l’altro a formare una sorta di grande filamento

-Ramificati se di tanto in tanto i monomeri formano catene laterali generando una strutturale ricorda quella di un albero con i vari rami che si protendono in varie direzioni

-Reticolati se la ramificazione è così estrema da poter trovare almeno due strade diverse per collegare due punti qualsiasi della molecola

Oltre a questo si può fare una classificazione in base alla varietà dei monomeri che formano i polimeri, nello specifico abbiamo:

-Omopolimeri se il polimero è sostituito da un solo monomero che si ripete

-Copolimeri se il polimero è formato da due o più monomeri (qui ci sarebbero anche delle sottoclassificazioni che però non menzionerò perché non necessari al nostro scopo)

In più considerando le loro caratteristiche, poteri dire fisiche, si possono suddividere in:

-Termoplastici se per effetto del calore acquistano malleabilità o per maggior chiarezza “fondono” riacquistando successivamente la loro consistenza (tipicamente polimeri lineari o comunque poco ramificati)

-Termoindurenti se per effetto del calore non “fondono” ma si carbonizzano (tipicamente sono polimeri reticolati o comunque molto ramificati)

-Elastomeri se presentano elevata elasticità e deformabilità

Dopo questa classificazione, per evitare fraintendimenti, ci tengo a sottolineare che i polimeri non sono tutte plastiche, queste ultime sono solo una piccola parte del grande mondo dei polimeri di cui fanno parte tantissime sostanze biologiche e non come la cellulosa delle piante, il glicogeno che è il biopolimero utilizzato dagli animali come riserva energetica, le proteine e tante altre ancora; così tante da non bastare una pagina per elencarle tutte .

Tornando alle plastiche queste sono dunque polimeri sintetici e come tali possono variare seguendo le classificazioni spiegate prima, in aggiunta, alla base polimerica, possono essere aggiunte in fase di produzione degli additivi come plasticizzanti, coloranti, antiossidanti e altri per variare le proprietà del materiale in base alle esigenze . Quindi oltre al polimero in se due plastiche costituite dalla stessa molecola di base possono variare per additivi aggiunti.

Fatta quindi una panoramica di base ci tengo ad aggiungere due righe riguardo al riciclo di questi materiali, argomento tanto discusso e che meriterebbe un approfondimento a sé stante. Come si può capire di plastiche ce ne sono tantissime e con tante proprietà chimico-fisiche diverse quindi per un buon riciclo non si può assolutamente pensare di poter prendere le plastiche fonderle insieme e con la miscela ottenuta fare una plastica di riciclo e questo per tre ragioni principali:

  1. Non tutte le plastiche come abbiamo visto possono “rifondersi”, le termoindurenti come abbiamo visto non lo fanno ma anzi si carbonizzano con il calore e già questo pone un limite significativo alla capacità riciclante.
  2. Anche se “rifondibili” per motivi chimico-fisici non tutti i materiali termoplastici sono in grado di miscelarsi adeguatamente alcuni si separano in fasi distinte (come fanno olio e acqua).
  3. Non è assolutamente detto che la miscela formata abbia poi le caratteristiche giuste per poi essere reintrodotta nel mercato.

Per queste ragioni un buon riciclo delle plastiche richiederebbe un controllo accurato di separazione delle varie tipologie di plastica (procedimento che già viene fatto per alcune delle tipologie più comuni di plastica quali PET, PVC, PE) per permettere processi di riciclaggio specifico ma come spiegato prima questo non sempre è possibile; a volte ci dobbiamo accontentare di miscele plastiche (comunque riutilizzate ad esempio per la produzione di panchine) e a volte semplicemente l’unica alternativa è lo smaltimento tramite incenerimento.

La ricerca in questo settore è forte tante alternative vengono proposte in continuazione e la speranza è quella di riuscire un giorno a trovare dei protocolli o meglio dei processi che siano in grado di risolvere in maniera completa e definitiva l’argomento “riciclo plastiche”.

Nuovo Codice deontologico Farmindustria

Fondata nel maggio del 1978, Farmindustria è l’Associazione delle imprese del farmaco. Aderisce a Confindustria, alla Federazione Europea (EFPIA) e a quella mondiale (IFPMA). Conta circa 200 aziende associate che operano in Italia, sia nazionali sia a capitale estero.

Il giorno 19.01.2022, Farmindustria ha approvato la nuova versione del Codice deontologico che introduce alcune novità per le aziende del settore farmaceutico aderenti all’Associazione delle imprese del farmaco.

Il Codice deontologico è un accordo fra le industrie farmaceutiche aderenti alla Farmindustria volontariamente approvato nel rispetto delle relative norme statutarie e delle regole dettate dai Codici deontologici delle Federazioni europea e internazionale dell’industria farmaceutica (EFPIA e IFPMA), e diretto a regolamentare i rapporti tra le industrie e tra queste ed il mondo scientifico e sanitario. L’appartenenza alla Farmindustria è subordinata all’accettazione ed al rispetto del Codice deontologico.

Il Codice rappresenta l’impegno delle industrie farmaceutiche al rispetto delle specifiche leggi vigenti e ad operare secondo trasparenti norme comportamentali che regolamentano le diverse fattispecie in cui si articola l’attività aziendale.
La regolamentazione oggetto del Codice Deontologico è diretta a tutelare, nel generale interesse, il prestigio e la credibilità dell’industria farmaceutica nei confronti dello Stato, dell’opinione pubblica, della classe medica, degli operatori sanitari in generale.

Il rispetto del Codice comporta, da parte delle industrie aderenti alla Farmindustria:

  • l’osservanza delle delibere degli organi associativi adottate in conformità alle norme statutarie, ai principi di concorrenza ed ai principi democratici, astenendosi da iniziative che contrastino con le delibere stesse;
  • il rispetto di una competizione leale fra le industrie stesse, indirizzando l’attività dell’impresa, nei suoi vari aspetti, in modo da non ledere i legittimi interessi delle altre;
  • il contributo di ciascuna azienda per la difesa di una buona immagine dell’industria farmaceutica verso il mondo esterno.

Sono esclusi dall’ambito di applicazione del Codice deontologico:

  • le attività finalizzate alla diffusione di informazioni di carattere non promozionale, di informazioni generali riguardanti le aziende (come le informazioni dirette agli investitori o alla stampa), compresi i dati finanziari e le descrizioni dei programmi di ricerca e sviluppo a condizione che gli operatori sanitari siano presenti in misura non prevalente;
  • gli eventi istituzionali organizzati dalle aziende farmaceutiche su tematiche che esulano dall’informazione scientifica sul farmaco, che siano diretti ad una molteplicità di soggetti provenienti da tutti i settori potenzialmente interessati, che si tengano in sedi e località idonee e nel cui ambito gli operatori sanitari siano presenti in misura non prevalente.

Per il testo completo, consultabile al seguente link (https://www.farmindustria.it/app/uploads/2018/06/2022-APRILE-5.pdf), si rinvia al sito web di Farmaindustria.

Di seguito le principali novità introdotte nel testo del 2022:

  • le aziende farmaceutiche potranno fornire “informazioni al pubblico” attinenti prodotti e patologie purché non abbiano natura commerciale.
  • sarà, inoltre, possibile inserire sui siti internet aziendali ad accesso pubblico informazioni comprendenti il brand name dell’azienda farmaceutica e la riproduzione integrale e letterale del foglietto illustrativo, nonché la riproduzione fedele della confezione del medicinale a condizione che tali informazioni non siano state oggetto di una selezione o rimaneggiamento e siano contenute in una parte specifica del sito accessibile esclusivamente tramite un’azione attiva di ricerca da parte dell’utente che vuole ottenerle;
  • le aziende farmaceutiche potranno svolgere “attività formativa e informativa in favore dei soggetti non prescrittori coinvolti nella somministrazione delle terapie, purché tali attività non abbiano finalità promozionale e le informazioni trattate siano connesse al ruolo di tali soggetti (es. infermieri) nel processo di gestione del paziente, nella ricerca clinica e nella corretta e sicura somministrazione della terapia“;
  • Patient Support Program (PSP): trattasi di una “iniziativa che ha per finalità la messa a disposizione da parte dell’azienda farmaceutica di servizi addizionali e non sostituivi a quelli in capo all’Ente o al SSN a diretto beneficio del paziente in trattamento con uno specifico farmaco già autorizzato all’immissione in commercio“. Le aziende farmaceutiche potranno avvalersi di un provider esterno per organizzare un PSP e il materiale utilizzato dovrà essere funzionale unicamente alla comunicazione di informazioni necessarie all’utilizzo appropriato del farmaco e non essere uno strumento promozionale. La durata dei servizi del PSP dovrà essere definita previamente e dovrà essere congrua rispetto al bisogno identificato e al relativo beneficio per il paziente. Infine, viene integralmente rivista la disciplina connessa al trattamento dei dati personali dei pazienti coinvolti nel PSP e specificato che l’azienda farmaceutica dovrà restare estranea al trattamento di tali dati e che potrà visualizzare solo dati aggregati a fini statistici sull’utilizzo del servizio;
  • l’azienda farmaceutica potrà fornire informazioni sui medicinali a diversi stakeholder senza svolgere alcuna forma di pubblicità del farmaco.

Fonti: farmindustria.it; osborneclark.com; aboutpharma.com; makingpharmaindustry.it.

Adolescenti e giovani adulti: come “escono” dalla pandemia?

Non sono stati raccontati o, se raccontati, sono stati raccontati male.

Stiamo uscendo dalla pandemia o almeno questo è quello che ci auguriamo con la fine dello stato di emergenza il 31 marzo, sicuramente stiamo progressivamente tentando di tornare alla normalità. Merita allora una riflessione una delle categorie più ignorate durante questi tre anni; come escono dalla pandemia gli adolescenti e i giovani adulti?

Degli adolescenti e dei giovani adulti durante la pandemia non si è parlato, dimenticati dalla politica e dalle autorità, dalla scuola. Se descritti sono stati descritti male: annoiati, nullafacenti, attaccati ai cellulari e ai computer, definiti nella migliore delle possibilità come fragili; e non di quella fragilità di cui prendersi cura, meritevole di attenzione, ma fragili che insomma… “la fragilità è per chi non ce l’ha fatta, per chi ha fallito.”

La loro voce è rimasta muta, o al massimo un rumore di fondo a cui non dare tanta importanza, presi da faccende di ben altra portata.

L’adolescenza è una fase cruciale per lo sviluppo dell’identità, è la fase della sperimentazione, dell’esplorazione di sé stessi e del mondo circostante. Le certezze dell’infanzia vengono messe in discussione, ci si inizia a sperimentare nel duplice ruolo del dare e ricevere cure invece che limitarsi a fruirne come avviene durante la prima fase di vita nel rapporto con le figure genitoriali. Si inizia a dare priorità al gruppo dei pari. Date queste premesse è facile immaginare il forte impatto che il distanziamento sociale, la necessità di stare chiusi in casa con i genitori proprio nel periodo in cui dovrebbero conquistare l’indipendenza, la chiusura delle scuole, l’impossibilità di socializzazione hanno avuto su adolescenti e giovani adulti: la solitudine, la noia, la frustrazione, l’insicurezza, la tristezza, la rabbia hanno preso il sopravvento.

Gli ultimi anni hanno visto crescere la diffusione di disturbi comportamentali e della sfera emotiva, in particolare la depressione, i cui casi sono raddoppiati rispetto al periodo pre-pandemico. Aumentati gli accessi al pronto soccorso, i gesti autolesionistici, fino ad arrivare ai tentativi di suicidio. D’altra parte la richiesta di aiuto di adolescenti e giovani adulti ha trovato ad accoglierla un sistema spesso impreparato: i servizi di psichiatria e gli ospedali spesso non sono riusciti a rispondere alle tante richieste e mancano anche i servizi sul territorio (servizi sociali, servizi di accoglienza, centri di ascolto) per offrire adeguato supporto. Non è da sottovalutare l’impatto anche sul lungo tempo dei disturbi dell’umore: è stato infatti dimostrato che soffrire di depressione durante l’infanzia e l’adolescenza si associa da adulti a una salute peggiore, mentale e non solo, e a maggiori difficoltà nelle relazioni e nella vita in generale. Questo è vero soprattutto per chi ha sofferto in maniera persistente di sintomi depressivi.

Questa panoramica può già essere sufficiente per rispondere alla domanda su come stiano effettivamente i giovani. Bisognerà andare a guardare più da vicino per trovare ancora altre realtà più nascoste ma proprio per questo non meno preoccupanti: casi in cui non si hanno manifestazioni lampanti ma una silenziosa riduzione di motivazione, perdita di interesse. Adolescenti e giovani hanno vissuto la prima ondata con giudizio e responsabilità, adesso invece hanno perso fiducia, speranza nel futuro, percepiscono una situazione di blocco e la parola che sembra riassumere la loro condizione è: rassegnazione. Un recente studio condotto dall’Università di Siena ha infatti mostrato che gli adolescenti ad oggi escono meno e praticano meno attività sportiva rispetto a prima della pandemia; allo stesso modo sono preoccupanti i dati riguardanti la scuola, uno studio condotto da Save The Children ha mostrato che sono molti di più i ragazzi a rischio dispersione scolastica in Italia.

Un altro, più coraggioso, punto di vista: la psicoterapeuta Stefania Andreoli ci offre un altro punto di vista, il loro, quello degli adolescenti: “…Chiunque volesse attribuire il profondo malessere dei nostri ragazzi o il suo recente e documentato peggioramento all’avvento del covid, temo che non starebbe facendo altro che la solita, vecchia operazione della ricerca del capro espiatorio: se è colpa del covid, intanto non è colpa nostra. Se è colpa del covid, nessuno può farci niente…”. Serve una dose in più di coraggio per mettersi in discussione e chiedersi se piuttosto che la pandemia, dato oggettivo, non sia stata l’incapacità degli adulti di gestire la stessa a provocare il profondo malessere delle classi più giovani. Per riallinearsi con adolescenti e giovani adulti occorre vederli, esserci, stare con il loro malessere senza cercare di sminuirlo, senza entrare in competizione su quali siano i problemi più importanti, senza fornire soluzioni preconfezionate.

Ascoltarli e legittimare il loro malessere è un primo, ma non scontato, passo; è riconoscere il loro “diritto al disagio”.

Starlink: il nuovo internet dallo spazio

Spesso, leggendo le ultime notizie riguardo allo spazio sembra che ogni traguardo non abbia grandi risvolti nella nostra vita di tutti i giorni, ma non è così. Il nostro quotidiano è già popolato da applicazioni di matrice spaziale: GPS, previsioni meteo, Google Maps e telecomunicazioni più veloci sono solo alcune delle tecnologie spaziali che hanno rivoluzionato la nostra vita.

Uno degli ultimi arrivati è il sistema Starlink di SpaceX. Il progetto Starlink ha come obiettivo quello di fornire una connessione ad alta velocità alla totalità della superficie terrestre, specialmente nei luoghi più isolati, dove questo può essere l’unico modo per avere internet. Per farlo SpaceX intende lanciare quasi 12000 satelliti in un’orbita terrestre bassa, ad un’altitudine di 550 km, così da garantire una minore latenza rispetto ai già esistenti servizi di internet satellitare, basati su orbite geostazionarie (circa 35000 km dalla superficie terrestre). Ad oggi sono già stati lanciati circa 2000 satelliti. Nonostante la copertura del globo terrestre sia ancora parziale, il servizio è già attivo in alcuni paesi, ed è già presente, seppur in maniera limitata, anche in Italia. Secondo le stime dell’azienda, si prevede di arrivare a 40 milioni di abbonati in tutto il mondo entro il 2025, per un fatturato di 30 miliardi di dollari, a fronte di un investimento iniziale di 10 miliardi.

Rendering della costellazione Starlink (Corriere della Sera)

L’alto numero di satelliti rilasciati a così basse orbite ha già creato i suoi primi problemi. Infatti, a parte la questione dei detriti spaziali, parzialmente risolta col fatto che con un’orbita così bassa i satelliti potranno bruciare nell’atmosfera una volta finita la loro vita operativa, le osservazioni spaziali da parte degli scienziati sono disturbate dalle scie luminose lasciate dal passaggio dei satelliti Starlink. Secondo il professore Przemek Mróz, dell’Università di Varsavia, il 20% delle immagini del cielo catturate dai telescopi sono “inquinate dai satelliti Starlink. SpaceX sta cercando di risolvere il problema utilizzando un nuovo tipo di rivestimento, studiato per riflettere meno raggi solari rispetto a quello usato fino ad oggi.

L’utilità di questo tipo di tecnologia non si ferma alla connessione di luoghi remoti, ma è capace di brillare anche nelle emergenze. Un recente esempio è stata la fornitura di apparecchiature Starlink da parte di SpaceX al governo Ucraino, in modo da garantire la connessione ad internet anche in assenza di infrastrutture terrestri.

Lo spazio si sta aprendo allo sfruttamento per scopi commerciali e non è più dominio inconstrastato delle missioni scientifiche. Questo porterà sicuramente a dibattiti e scontri per la convivenza fra scienza e commercio nel breve termine, ma non può che beneficiare all’umanità sul lungo periodo.

http://www.hdblog.it/scienza

http://www.starlink.com

http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica

Colonizzazione di Marte: un nuovo mondo all’orizzonte?

“Su Marte si lavorerà sotto terra, ma si vivrà in cupole di vetro sulla superficie”, così dichiara il fondatore di Space X Elon Musk, nel tentativo di prevedere quelli che saranno i primi passi del genere umano sul pianeta rosso. Ma a che punto siamo per mettere effettivamente piede sul quarto pianeta del Sistema Solare,? E quali sono le difficoltà che ci attenderanno una volta arrivati?

Come prima considerazione, il viaggio Terra-Marte durerà 6 mesi circa, per cui sarà necessario realizzare una navicella in grado di proteggere l’equipaggio dall’ostile ambiente radioattivo dello spazio interplanetario per un lungo tempo. Ancora oggi non ci sono abbastanza dati per calcolare i rischi a cui sarebbero sottoposti gli astronauti per un così lungo periodo, dunque servirà ancora molta ricerca a riguardo. In secondo luogo, ci sono da osservare gli aspetti di vita quotidiana degli astronauti: la gestione del cibo, dell’acqua e dell’aria sarà fondamentale, probabilmente si dovrà fare affidamento a tecniche di ricircolo delle risorse utilizzando filtri e sistemi di ricombinazione chimica.
Inoltre, l’equipaggio sarà sottoposto ad un ambiente di microgravità che comporta danni al corpo umano, su tutti una grave perdita di tessuto osseo e muscolare.

Supponendo che tutti questi problemi avranno una soluzione, per procedere alla colonizzazione di Marte saranno necessari ulteriori passaggi per far sì che i coloni possano uscire dalla navicella e iniziare la propria vita sui deserti marziani. Essendo il pianeta privo di un’atmosfera consistente e presentando un campo magnetico molto debole, ancora una volta si ripropone il problema delle radiazioni, rendendo impellente la costruzioni di ripari a prova di particelle altamente energetiche. La mancanza di atmosfera crea inoltre una grande escursione termica, per cui questi rifugi dovranno prevedere anche a mantenere la temperatura entro un intervallo accettabile. Successivamente si presenta il problema del cibo: una volta esauritesi le scorte, sarà necessario creare fonti di sostentamento sul pianeta stesso, ma ovviamente la mancanza di atmosfera impedisce di creare coltivazioni a cielo aperto, sarà dunque necessario creare delle serre ad hoc. La NASA sta attualmente studiando quali possano essere le piante più “efficienti” in questo contesto di coltivazione.

Per poter immaginare un Marte vivibile come la Terra, con campi coltivati e senza tute spaziali o maschere per respirare, sarà necessario generare un’atmosfera, attuando il cosiddetto processo di Terraforming. Uno dei possibili metodi per ottenere questo risultato è riscaldare il suolo marziano, affinché la regolite in esso contenuta si riscaldi e rilasci anidride carbonica, portando alla creazione di un effetto serra che progressivamente condurrà verso il traguardo desiderato. Tuttavia questo processo è puramente teorico, ed eventualmente richiederebbe diverse decadi prima di ottenere i primi risultati.

La strada verso Marte è ancora lunga e tortuosa, ma il futuro dell’umanità è ormai proiettato verso questa nuova sfida.





Consiglio dell’Unione Europea

Il Consiglio dell’Unione Europea rappresenta i governi dei paesi dell’UE. È costituito dai ministri di tutti gli Stati membri, che si riuniscono per discutere su questioni pertinenti all’Unione e adottare decisioni in materia di politiche e normative dell’UE. I ministri che si riuniscono variano in base ai temi discussi (ad esempio, a una riunione riguardante l’inquinamento partecipano i ministri dell’ambiente; se invece il tema trattato è la disoccupazione si riuniscono i ministri responsabili lavoro e così via). Il Consiglio delibera a maggioranza e, in alcuni casi specifici e particolarmente importanti, all’unanimità che però pone serie difficoltà all’attuazione di proposte che comportano cambiamenti importanti poiché spesso non tutti e 27 i rappresentanti degli Stati membri si trovano d’accordo. La presidenza del Consiglio è assunta a rotazione, ogni sei mesi, da tutti i paesi dell’UE. Nel 2022 è la Francia a detenere la presidenza per il primo semestre, seguiranno poi la Repubblica Ceca, la Svezia e Spagna nel 2023. 

Fonte: https://www.openpolis.it/parole/qual-e-la-differenza-tra-consiglio-europeo-e-consiglio-dellunione-europea/

Consiglio Europeo

Il Consiglio Europeo è formato dai capi di Stato o di governo dei paesi dell’UE (nel caso dell’Italia, a presenziare è ad oggi il Presidente del Consiglio dei Ministri ovvero Mario Draghi), che si riuniscono almeno quattro volte l’anno ma negli ultimi anni sono state sempre più frequenti. Queste riunioni sono spesso denominate «vertici europei» e hanno grande importanza nella definizione delle principali priorità e degli orientamenti politici generali della carica nazionale. La sede istituzionale del Consiglio Europeo è il Palazzo Europa a Bruxelles. Ciò che non fa il Consiglio europeo è l’adozione delle leggi dell’UE, infatti queste sono di competenza del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea.

Fonte: https://www.consilium.europa.eu/it/european-council/

La crisi umanitaria in Ucraina: i malati rari

Ad oggi, si stima che ci siano 2 milioni di persone in Ucraina che vivono con malattie rare. Trattandosi di una comunità dipendente da cure regolari, la distruzione di infrastrutture ospedaliere minaccia fortemente la loro fragile salute. Con il rapido peggioramento della situazione, dobbiamo evitare una potenziale crisi umanitaria e garantire che le persone che vivono con una malattia rara, le cui condizioni sono spesso debilitanti o necessitano di frequenti cure mediche, non siano lasciate indietro. In questo contesto, l’associazione EURORDIS sta agendo tempestivamente. Di cosa si tratta?

EURORDIS, Rare Diseases Europe, è la voce di 30 milioni di pazienti affetti da malattie rare in Europa. Si tratta di un’alleanza non governativa che rappresenta 988 organizzazioni di pazienti con malattie rare in 74 paesi. EURORDIS collabora attivamente con i volontari di molte associazioni quali ad esempio la Fondazione di beneficenza “Bambini con atrofia muscolare spinale”, la LCCF “Suor Dalila” Ipertensione polmonare ucraina Rara ucraina per le malattie rare e la ONG “Malattie rare dell’Ucraina”. Nonostante le sfide che la comunità ucraina sta affrontando, tali associazioni continuano a sostenere fortemente la comunità dei pazienti affetti da malattie rare nella speranza di mobilitare la difesa da parte di politica e legislazione a livello nazionale.

Dato che l’invasione militare russa continua a interrompere i servizi sanitari essenziali, si rendono necessari grandi sforzi per ripristinare e rafforzare i servizi sanitari, compreso l’accesso a farmaci e ad attrezzature mediche. All’interno di questa popolazione, coloro che richiedono costante assistenza e ai quali è doveroso prestare maggiore attenzione sono i bambini.

Di seguito, per cercare di sensibilizzare alla drammatica situazione che oggi stiamo vedendo in Ucraina, vi propongo due storie di pazienti pediatrici od adolescenti.

Quando Yuliya Matyushenko aveva 12 anni, l’organizzazione no-profit EURORDIS l’ha raffigurata su un poster che promuoveva la Giornata delle Malattie Rare 2015.

Oggi, esattamente sette anni dopo, la giovane donna affetta da atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo 2 si rannicchia in un seminterrato di cemento a Kharkiv, mentre la seconda città più grande dell’Ucraina, situata a soli 35 chilometri dal confine russo, si prepara per un altro attacco missilistico.

Yuliya Matyushenko, una diciannovenne con la SMA di tipo 2, legge le notizie sul suo cellulare mentre riposa in un rifugio sotterraneo di fortuna mentre la sua città, Kharkiv, è bombardata dalle forze russe. (foto del padre, Vitaliy Matyushenko)

Yuliya è una dei circa due milioni di ucraini con malattie rare che sono oggi costretti a vivere in scantinati o bunker per rifugiarsi dalle aspre battaglie di strada. Prima della guerra, molti dei 300-400 pazienti SMA dell’Ucraina erano trattati con il Nusinersen di Biogen (Spinraza®), ma i pochi ospedali di Kiev che offrivano le infusioni hanno chiuso e il trasporto tra le città è (quasi) impossibile.

A Lviv, vicino al confine polacco nell’estrema Ucraina occidentale, Karina Pietoian e Yuriy Galyulko vegliano attentamente sul loro figlio di 7 anni, Eldar, che ha la distrofia muscolare di Duchenne (DMD). Insieme alla loro figlia di 2 anni Margarita, vivono al terzo piano di un edificio in mattoni del 19° secolo.

Yuriy Galyulko e Karina Pietoian posano con il loro figlio di 7 anni, Eldar, che ha la distrofia muscolare di Duchenne, e la loro figlia sana di 2 anni, Margarita, nella loro casa a Lviv, Ucraina. (Foto di Larry Luxner)

Nel 2018, Duchenne Ucraina aveva 444 pazienti nel suo registro, anche se si ritiene che il numero effettivo di persone con DMD sia superiore a 500 – e potrebbe infatti essere più vicino a 600. La sola Lviv ospita 91 ragazzi Duchenne, tra cui Eldar, che è ancora in grado di camminare da solo.

Molte famiglie con bambini disabili si stanno trasferendo nella parte centrale del paese e anche in quella occidentale. Purtroppo però, ci sono molte famiglie con bambini che non possono partire e sono rimaste nelle loro case. In questo contesto, i bambini con la Duchenne sono a grande rischio perché non sono in grado di fuggire rapidamente in luoghi “sicuri” come bunker o seminterrati. La popolazione dei malati rari si trova letteralmente “intrappolata” nel conflitto e senza accesso agli aiuti umanitari.

Oggi, all’inizio della primavera dell’anno 2022, EURORDIS sta agendo concretamente, chiedendo all’Unione Europea, alle Nazioni Unite, all’OMS Europa, ad agenzie ONU e alle organizzazioni umanitarie di garantirne l’accesso ai farmaci e alle cure, senza le quali essi non possono vivere.

Fonti: EURORDIS, Rare Disease Advisor and Larry Nuxler, freelance journalist.

Armi chimiche

In questo articolo parleremo di un argomento a mio parere non proprio allegro ma la redazione mi ha chiesto, dato il periodo, di provare a spiegare cosa sono le armi chimiche ed è quello che ho intenzione di fare.

Iniziamo col dire che personalmente l’argomento armi chimiche a livello di divulgazione scientifica non lo trovo proprio interessante e il motivo principale è che a livello generale chiunque ha un’idea di cosa sia un’arma chimica e benché a livello tecnico tutte le ottimizzazioni necessarie per rendere questi dispositivi estremamente efficienti in battaglia possano risultare molto intriganti, trovo un po’ banale il concetto che sta alla loro base di utilizzare sostanze chimiche per uccidere, ferire o debilitare e questo perché non è così difficile, purtroppo, trovare il modo di sfruttare la chimica per nuocere agli altri .

Definiamo a livello tecnico cosa è un’arma chimica.

Un’arma chimica è un dispositivo bellico che sfrutta le proprietà tossiche di alcune sostanze di natura sintetica per uccidere, ferire o debilitare il nemico; si distinguono dalle armi biologiche e da quelle nucleari rispettivamente perché non sfruttano l’azione di agenti microbiologici o tossine naturali e perchè i loro effetti non sono legati direttamente ad un’esplosione.

La classificazione di queste armi può essere fatta utilizzando tutta una serie di parametri sia tecnici che di utilizzo ma essenzialmente si possono catalogare in queste otto categorie basate essenzialmente sul loro effetto: Nervini (come VX e Novichok), Asfissianti (come Arsina e Acido cianidrico), Vescicanti (come iprite di cui riparleremo a breve), Polmonari (come Acido cloridrico e Fosgene), Lacrimogeni (come il gas lacrimogeno), Inibenti (che inibiscono l’attività di alcune importanti molecole del nostro organismo) e Citotossici (che inibiscono la sintesi delle proteine).

Come si evince dalla classificazione, le armi chimiche sono per la maggiore di tipo debilitante e questo se ci pensiamo ha un forte senso pratico a livello strategico perché creano molti più costi e soldati invalidi da curare.

Per quanto riguarda invece le caratteristiche ideali che dovrebbero avere questo tipo di dispositivi per essere considerati delle armi perfette (ed è qui la parte tecnica intrigante) queste dovrebbero possedere:

– Elevata stabilità agli agenti esterni per poter essere conservate per lunghi tempi – Essere per lo più inerti in modo da non neutralizzarsi nel breve periodo – Poter essere prodotte e conservate in maniera agevole – Essere possibilmente anfipatiche ovvero devono poter essere assorbite bene sia in acqua che in oli e grassi e devono inoltre poter penetrare bene all’interno del corpo umano attraverso più accessi. – E’ necessario che la loro azione sia la più rapida possibile unita ad un’elevata tossicità – Essere difficili da identificare con test chimici – E’ apprezzato che possano essere agevolmente e rapidamente inattivati se accidentalmente un alleato viene intossicato

Si capisce dalla lista che anche avendo una quantità spropositata di sostanze che possono nuocere, riuscire a confezionarle in modo che l’arma abbia tutte le caratteristiche sopra elencate non è compito semplice e, come detto all’inizio, è qui che sta tecnicamente la parte sfidante.

Per fortuna però non tutti i mali vengono solo per nuocere e quindi vi chiedo: Quanti di voi sapevano che è stata proprio un’arma chimica a dare i natali alla chemioterapia antitumorali?

Già proprio così, sembrerà strano ma questa è la verità e l’arma chimica che ha dato i natali a questo tipo di trattamento è il gas mostarda, un’arma vescicante costituita da un gas composto da azotoipriti. Nonostante gli effetti di quest’arma fossero già oggetto di studio a partire dalla fine prima guerra mondiale, fu solo grazie ad un altro evento di guerra che partì lo studio sugli effetti benefici di questo tipo di molecole.

Tutto iniziò nel 1943 quando a Bari a causa dell’esplosione di una nave americana, contenente tonnellate di gas mostarda, migliaia di persone morirono per i suoi effetti. Successivamente, grazie all’intervento di studiosi americani, intenti ad approfondire il tema degli effetti dannosi del gas, venne scoperto, analizzando i corpi dei deceduti, che l’agente chimico utilizzato nel gas mostarda mostrava una notevole capacità di distruggere le cellule tumorali. Da questa scoperta iniziarono i primi studi su pazienti umani e crebbe l’interesse per lo studio di trattamenti farmacologici per la cura dei tumori che fino ad allora veniva effettuata esclusivamente tramite operazioni chirurgiche o esposizione ai raggi X.

Sulle armi chimiche non ho altro da aggiungere in questo articolo, ma per vostra curiosità vi lascio in calce i riferimenti utilizzati per introdurvi la storia sull’incredibile nascita della chemioterapia, in modo che possiate approfondire l’argomento.

  1. https://www3.paho.org/hq/index.php? option=com_content=&view=article=&id=9583=&Itemid=1959=&lang=en

Finanza sostenibile

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Secondo la CONSOB, la finanza sostenibile è “l’applicazione del concetto di sviluppo sostenibile all’attività finanziaria. […] si pone l’obiettivo di creare valore nel lungo periodo, indirizzando i capitali verso attività che non solo generino un plusvalore economico, ma siano al contempo utili alla società e non siano a carico del sistema ambientale“. Infatti, in un’accezione ristretta, la finanza sostenibile consiste nell’attività di gestione di asset finanziari secondo criteri etici, sociali ed ambientali.
Per il Forum sulla Finanza Sostenibile (FFS, 2019), la finanza sostenibile si riferisce alle crescenti risorse finanziarie “gestite secondo strategie di investimento sostenibile e responsabile […] che integrano i criteri ESG nelle strategie e nelle scelte di investimento“. Gli investimenti sostenibili e responsabili, conosciuti anche come Sustainable and Responsible Investment (SRI), mirano a creare valore per l’investitore e la società nel suo complesso attraverso una strategia di investimento orientata al medio-lungo termine periodo che, nella valutazione di imprese e istituzioni, integra l’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo. In definitiva, la finanza sostenibile è un’attività in grado di sostenere la crescita economica, di contribuire alla riduzione degli impatti sull’ambiente e di stimolare percorsi di investimento che considerino puntualmente gli aspetti sociali e di governance.

Il primo investimento sostenibile risale al 1928 con la creazione, negli Stati Uniti, del Pioneer Fund che prevedeva l’esclusione dai propri investimenti delle imprese impegnate nello svolgimento di particolari attività: produzione del tabacco, alcool ed armi. Quasi cinquant’anni dopo (1971) venne creato, sempre negli USA, il fondo d’investimento Pax World Fund che raggruppava tutti i soggetti non intenzionati ad investire in attività riconducibili alla guerra del Vietnam e che lottavano per il riconoscimento di maggiori diritti civili. Verso la fine degli anni Ottanta tali investimenti tornano ad acquisire nuovamente rilevanza in seguito alle catastrofi ambientali che caratterizzarono quel periodo: Chernobyl (1986) e affondamento della petroliera Exonn in Alaska (1989).

https://www.consob.it/web/area-pubblica/finanza-sostenibile

Armi biologiche

Le armi biologiche sono microorganismi come virus, batteri, funghi o altre tossine che vengono prodotti e rilasciati deliberatamente per causare malattie e morte negli esseri umani, negli animali o nelle piante.

Gli agenti biologici, come l’antrace (causata dal Bacillus anthracis), la tossina botulinica (Clostridium Botulinum) e la peste (Yersinia Pestis) possono rappresentare una difficile sfida per la salute pubblica, causando un gran numero di morti in un breve lasso di tempo ed essendo difficili da contenere. Gli attacchi di bioterrorismo potrebbero anche provocare un’epidemia, ad esempio se i virus Ebola o Lassa fossero usati come agenti biologici.

Guerra e Costituzione

In questo periodo il tema della “guerra” è sentito dalla popolazione italiana sempre più vicino, anche in considerazione del fatto che, dopo decenni, un conflitto armato è tornato in Europa. Ma, in merito al tema della guerra, come si pone la Costituzione ?

La Carta Costituzionale è chiara in merito nel prevedere quanto segue all’art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

Alla luce del contenuto del predetto articolo, l’Italia si pone in netto contrasto rispetto alla guerra utilizzata come mezzo per aggredire altre nazioni sovrane, ma viene costituzionalmente legittimata la possibilità sia di prevedere limitazioni alla sovranità dei popoli (con la finalità di salvaguardare la pace) sia di promuovere e favorire organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

In sostanza, emerge il principio secondo cui l’Italia ripudia la guerra in tutte le sue forme, riferendosi principalmente alla guerra offensiva, ammettendosi dunque implicitamente la guerra difensiva, in caso di attacco militare da parte di una forza straniera.

All’interno della relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini, che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana è possibile leggere quanto segue: “Rinnegando recisamente la sciagurata parentesi fascista l’Italia rinuncia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Stato indipendente e libero, l’Italia non consente, in linea di principio, altre limitazioni alla sua sovranità, ma si dichiara pronta, in condizioni di reciprocità e di eguaglianza, a quelle necessarie per organizzare la solidarietà e la giusta pace fra i popoli. Contro ogni minaccia di rinascente nazionalismo, la nostra costituzione si riallaccia a ciò che rappresenta non soltanto le più pure tradizioni ma anche lo storico e concreto interesse dell’Italia: il rispetto dei valori internazionali“.

Fermo quanto precede, se necessario, “le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari” (art. 78) e il Presidente della Repubblica, il quale “ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere” (art. 87).

In ogni caso, “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (art. 52).

Al fine di meglio comprendere il rapporto dell’Italia con la guerra, è opportuno rilevare che recenti modifiche alla legislazione ordinaria hanno confermato l’intenzione del legislatore di bandire il termine “guerra”, trasferendo la sostanza del concetto in altre espressioni, come ad esempio quella di “grave crisi internazionale” (cfr. art. 2 della l.14 novembre 2000, n. 331) o di “conflitto armato” (cfr. art. 165 del codice penale militare di guerra).

Al netto di quanto precede, in concreto, l’ art. 78 non è stato mai applicato nei casi in cui l’Italia ha partecipato a conflitti che sono divenuti vere e proprie guerre internazionali. Tuttavia, la prassi ha originato la tendenza ad interventi a scopi umanitari (sostegno alle popolazioni colpite da conflitti, come accaduto in Kosovo ed in Afghanistan), ma privi di autorizzazione dell’ONU. Ferma restando la loro formale illegittimità, stante l’assenza di una norma che li consenta, secondo alcuni questi interventi sarebbero ammissibili se espressione di un sentimento comune a più stati e se proporzionati rispetto allo scopo umanitario.

Fonti: Costituzione Italiana; altalex.com; brocardi.it; Il Sole 24 Ore.

RESILIENZA

Capacità dell’individuo di far fronte in maniera positiva ad una situazione stressante, acuta o cronica, di riorganizzare positivamente la propria vita davanti alle difficoltà e nonostante esse, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità che la vita offre. Il soggetto riesce a ripristinare l’equilibrio psico-fisico precedente allo stress, talvolta anche migliorandolo.

Non significa soltanto autoripararsi, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita; c’è una dinamica positiva. È un fenomeno umano che include: autoefficacia, flessibilità, alfabetizzazione emotiva.

Schianto lunare con mistero

Il 4 Marzo il detrito spaziale WE0913A si schianterà sul suolo lunare alla velocità di 2.58 km/s, questo avvenimento consiste nel primo schianto di un detrito di dimensioni ragguardevoli sul nostro satellite e provocherà un nuovo cratere di dimensioni importanti.

L’astronomo Bill Gray lo scorso Gennaio aveva associato al detrito spaziale l’identità di uno stadio del Falcon 9 di SpaceX, usato per il lancio del satellite americano Dscovr, per il fatto che l’orizzonte temporale suggeriva questo scenario.

Le polemiche per l’avvenimento si erano sprecate, evidenziando le difficoltà di controllo di detriti spaziali, ponendo importanti questioni sulle misure di controllo e le responsabilità dell’azienda di Elon Musk. Con l’aumento dell’attività spaziale, i rischi di avere scenari di questo tipo saliranno esponenzialmente, per questo motivo la pianificazione e lo sviluppo di software appositi come “Project Pluto”, in grado di tracciare i movimenti di oggetti nello spazio con affidabilità, è necessaria.

Source: The Sun US

La grande attenzione mediatica che ha fatto seguito all’evento ha fatto si che altri scienziati si interessassero all’argomento, in particolare l’ingegnere Jon Giorgini (JPL NASA) ha analizzato i dati orbitali e ha confutato l’ipotesi di Bill Gray identificando il detrito come il booster del razzo cinese Long March 3C, usato per la missione Chang’e 5-T1 del 2014, Bill Gray stesso ha ammesso il proprio errore.

Wan Wenbing, vicedirettore del Dipartimento dell’informazione del Ministero degli esteri cinese dal 2020, ha subito smentito il coinvolgimento cinese dichiarando che il booster accusato è rientrato nell’atmosfera bruciando e ha chiosato “Siamo impegnati nella salvaguardia della sostenibilità a lungo termine per quanto riguarda le attività spaziali e siamo disponibili a cooperare con tutte le parti in gioco” respingendo ogni accusa .

Indipendentemente dalla nazionalità di questo detrito, l’avvenimento evidenzia importanti criticità. In primis denota la difficoltà di individuazione e tracciamento dei detriti spaziali e la loro pericolosità in quanto il sistema Terra-Luna mostra importanti complessità di meccanica orbitale.

Se da una parte una ricerca maggiore è sicuramente necessaria, ma anche una maggior regolamentazione e collaborazione fra le agenzie e le aziende in gioco è fondamentale per riuscire a continuare l’attività spaziale riducendo al minimo i rischi e gli incidenti di questo tipo.

Fonti:

ESA: https://www.esa.int/Safety_Security/Space_Debris/Incoming!_Debris_enroute_to_the_Moon

https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xwfw_665399/s2510_665401/2511_665403/202202/t20220221_10644075.html

Un nutrizionista per le api

“Noi siamo quello che mangiamo” – frase attribuita al filosofo tedesco Ludwig Feuerbach – è uno dei mantra che spesso ci sentiamo ripetere. Ma sarà vero?

Per le api, la risposta è sì.

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Negli ultimi anni è stato osservato un generale declino delle colonie di api in molte parti del mondo, principalmente in America e in Europa (Potts et al., 2010). La gravità della problematica ha spinto gli scienziati a studiare i meccanismi che ne stanno alla base in modo approfondito, arrivando a denominare il fenomeno Colony Collapse Disorder (CDD) (Van Engelsdorp et al., 2009). Ad oggi, non è ancora chiaro quale siano con precisione le motivazioni di questa moria e i fattori che determinano il collasso delle colonie di api sembrerebbero essere più di uno.

In primo luogo, la distruzione degli habitat naturali, dovuta principalmente dalla conversione delle terre in zone agricole intensive, che insieme ai cambiamenti climatici, porta ad una riduzione della biodiversità vegetale, fondamentale per il mantenimento in salute delle api (Goulson et al., 2008). Alla perdita degli habitat si aggiunge poi il grande problema dell’inquinamento, principalmente rappresentato dai pesticidi utilizzati in ambito agricolo. Non soltanto insetticidi, ma è stato dimostrato che anche erbicidi e fungicidi possono risultare particolarmente dannosi per le api (Cullen et al., 2019). Infine, i parassiti e i virus, come Varroa destructor, Nosema ceraneae o il Deformed Wing Virus (DWV), possono causare un’elevata mortalità nella colonia (Genersch, 2010). L’effetto combinato di questi fattori di stress sembrerebbe portare al declino delle popolazioni di api (Sih et al., 2004).

All’interno di questo scenario, le api che seguono un regime alimentare ricco di nutrienti hanno la possibilità di resistere a questi fattori di stress molto meglio rispetto alle altre. Le api si nutrono di nettare, polline e propoli dai quali ricavano i macro- e i micronutrienti essenziali. La quantità e la diversità di polline giocano un ruolo chiave sia nelle dimensioni del corpo che nella longevità degli insetti (Di Pasquale et al., 2013).

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È stato dimostrato che le api che seguono una dieta ricca di composti fitochimici diversi sono in grado di resistere meglio agli agenti patogeni, come nello studio di Bernklau et al. (2019), in cui la mortalità degli esemplari infettati con Nosema ceranea diminuisce nei gruppi soggetti ad una migliore nutrizione.

Anche l’effetto tossico dei pesticidi nelle api viene in parte contrastato da una dieta corretta, si è visto infatti in alcuni esperimenti che negli individui esposti a insetticidi e fungicidi altamente tossici, quelli nutriti con determinati composti fitochimici presentano una capacità di detossificazione maggiore rispetto agli altri (Ardalani et al., 2021).

Alla luce di tutto ciò, è fondamentale ribadire l’importanza del mantenimento di una diversità floreale che possa permettere alle api di seguire una dieta ricca di nutrienti, pronte per affrontare lo stress della vita con la giusta energia.

Bibliografia:

• Ardalani, H., Vidkjaer, N. H., Laursen, B. B., Kryger, P., & Fomsgaard, I. S. (2021). Dietary quercetin impacts the concentration of pesticides in honey bees. Chemosphere, 262, 127848.
• Bernklau, E., Bjostad, L., Hogeboom, A., Carlisle, A., & HS, A. (2019). Dietary phytochemicals, honey bee longevity and pathogen tolerance. Insects, 10(1), 14
• Cullen, M. G., Thompson, L. J., Carolan, J. C., Stout, J. C., & Stanley, D. A. (2019). Fungicides, herbicides and bees: A systematic review of existing research and methods. PLoS One, 14(12), e0225743.
• Di Pasquale, G., Salignon, M., Le Conte, Y., Belzunces, L. P., Decourtye, A., Kretzschmar, A., & Alaux, C. (2013). Influence of pollen nutrition on honey bee health: do pollen quality and diversity matter?. PloS one, 8(8), e72016.
• Genersch, E. (2010). Honey bee pathology: current threats to honey bees and beekeeping. Applied microbiology and biotechnology, 87(1), 87-97.
• Goulson, D., Lye, G. C., & Darvill, B. (2008). Decline and conservation of bumble bees. Annu. Rev. Entomol., 53, 191-208.
• Potts, S. G., Biesmeijer, J. C., Kremen, C., Neumann, P., Schweiger, O., & Kunin, W. E. (2010). Global pollinator declines: trends, impacts and drivers. Trends in ecology & evolution, 25(6), 345-353
• Sih, A., Bell, A. M., & Kerby, J. L. (2004). Two stressors are far deadlier than one. Trends in ecology & evolution, 19(6), 274-276.
• VanEngelsdorp, D., Evans, J. D., Saegerman, C., Mullin, C., Haubruge, E., Nguyen, B. K., & Pettis, J. S. (2009). Colony collapse disorder: a descriptive study. PloS one, 4(8), e6481.

Innovazione

Esistono varie definizioni del concetto di innovazione ma la più celebre e citata è quella elaborata da Joseph A. Schumpeter. Egli identifica questo concetto come «l’introduzione sul mercato di nuove combinazioni di fattori produttivi» (Schumpeter, 1912). Inoltre, lo stesso autore ha cercato di tradurla in termini reali, individuando alcuni esempi:

  • la realizzazione di beni con nuove caratteristiche, ovvero la c.d. “innovazione di prodotto”;
  • la diffusione di nuovi metodi di produzione, diversi da quelli di mercato, ovvero la c.d. “innovazione di processo”;
  • l’apertura di un nuovo mercato, ovvero l’identificazione dei c.d. “Blue Oceans”;
  • l’individuazione di una nuova fonte di approvvigionamento, ovvero la possibilità di utilizzare nuove tecnologie o di usufruire di nuove risorse prima inaccessibili o non economicamente convenienti;
  • la riorganizzazione di un settore, ovvero la creazione di un nuovo modello di business (innovazione disruptive).

Microchip: l’Europa ha un piano

Microchip, l’Europa ha un piano multimiliardario per raggiungere un certo grado di autonomia nella loro produzione

Lo European Chips Act (ECA), questo il nome del piano, prevede una base di 43 miliardi di euro in investimenti nel settore, divisi tra finanziamenti pubblici ed investimenti privati. 10 miliardi di euro saranno investiti direttamente dall’UE mentre i restanti 5 e 28 miliardi si prevede provengano rispettivamente da investitori privati e da programmi europei già esistenti come il Next Generation EU e Horizon. L’obiettivo? Incrementare l’attuale quota di microchip prodotti nell’Unione Europea dal 9% al 20% della produzione mondiale e assicurarsi che l’UE disponga di un’intera catena di produzione sul suo suolo e che sia quindi meno soggetta a sconvolgimenti geopolitici più o meno probabili.

Gli obiettivi li ha esplicitati la stessa presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dichiarando che “il progetto vuole rafforzare la nostra resilienza per affrontare future crisi, anticipando ed evitando eventuali interruzioni alla catena di approvvigionamento. Nel medio termine invece, vogliamo rendere l’Unione europea un attore competitivo nel settore dei semiconduttori”. In quelle due parole “eventuali interruzioni” ci sono molti significati. Uno, come già accennato, è dato dall’interruzione della produzione di microchip che si è verificata durante le fasi acute della pandemia quando diverse fabbriche in Corea del Sud, Stati Uniti, Taiwan e non solo sono state costrette allo stop. Un altro è rappresentato da incidenti come il blocco del canale di Suez, durato diversi giorni ma che ha causato ritardi importanti andando a destabilizzare la catena di approvvigionamento. Infine, la localizzazione delle principali fabbriche di microchip e componenti è determinante: il 54 per cento delle quote del mercato mondiale è in mano a TSMC, multinazionale con sede a Taiwan, paese considerato come una provincia ribelle dalla Repubblica Popolare Cinese.

Il piano, però, non pare essere sufficientemente ambizioso. Altri paesi già citati hanno progetti di spesa molto più ingenti per finanziare il settore: la Cina, nel decennio 2015–2025, ha investito e investirà 150 miliardi e anche la Corea del Sud ha approvato un piano da ben 450 miliardi di dollari in dieci anni. Oltre alla scarsità di fondi impiegati, l’UE incontra anche un altro ostacolo nella sua relativa poca esperienza in materia di politica industriale dovuta in buona parte alle numerose competenze che gli Stati membri detengono per sé stessi. In questa incompleta autonomia decisionale si inserisce la difficoltà con cui Thierry Breton, il commissario europeo per il Mercato interno, cerca di convincere una delle grandi multinazionali che producono microchip (le principali sono tre: la taiwanese TSMC, la sudcoreana Samsung e l’americana Intel) a stabilire in Europa dei grandi centri di produzione, un passaggio fondamentale per portare nel continente il loro know-how.

Ad oggi, nonostante gli investimenti relativamente “scarsi” e gli ostacoli che incontra l’UE ad attuare una vera politica industriale che coinvolga tutti gli Stati membri, ci sono dei lati positivi e interessanti. Il primo è che la statunitense Intel ha annunciato un progetto che dovrebbe prevedere la costruzione di otto impianti per la produzione di microchip e la creazione di un fondo da 1 miliardo di dollari diretto a supportare la crescita di startup innovative e l’ammodernamento delle aziende partner. Il secondo è che l’UE ha deciso e comunicato, nella figura di Margrethe Vestager (vicepresidente della Commissione e responsabile delle politiche sulla competizione) che per favorire lo sviluppo di una progettazione e produzione europea saranno allentate le regole sugli aiuti di Stato ad aziende del settore.

Insomma, se pur con ostacoli e con un successo non scontato (che dipenderà soprattutto dagli impegni che seguiranno a questi primi atti), la strada europea alla produzione di microchip è segnata.

Fonte Fonte Fonte

Nano contraccezione

Foto di Bruno /Germany da Pixabay

Quello che andremo a trattare in questo articolo è un qualcosa di cui non solo ignoravo l’esistenza ma che non avrei mai e poi immaginato potesse essere campo di interesse per la nanotecnologia.

L’argomento, anche se mi pare palese dal titolo, è proprio l’utilizzo di nanoparticelle come mezzo contraccettivo maschile. Certo per il momento la ricerca è finalizzata più che altro all’applicazione su animali (domestici o in cattività) come alternativa alla più impattante e irreversibile castrazione chirurgica, ma ovviamente la prospettiva futura è un possibile utilizzo di questa tecnologia come alternativa al preservativo, che può rompersi e dare reazione allergica e alla vasectomia che è un’operazione chirurgica dalla reversibilità non garantita.

La storia inizia nel lontano 2013 quando il biologo Fei Sun e il suo multidisciplinare team di ricerca iniziarono i loro studi su questa tematica facendo sperimentazione su cavie da laboratorio (topi).

L’idea alla base degli studi era iniettare direttamente nei testicoli delle cavie delle nanoparticelle d’oro, per la precisione dei nanocavi o nanocilindri, rivestiti di particolari polimeri per aumentarne probabilmente la compatibilità con l’organismo del topo per poi sfruttare la loro proprietà di riscaldarsi da 30 °C fino a 37-45 °C irraggiandoli con radiazione infrarossa.

Tutto questo perché, per chi non lo sapesse, il riscaldamento diretto dei testicoli è in grado di interrompere temporaneamente la produzione di spermatozoi ma è un processo delicato; se si riscalda troppo si potrebbe andare incontro ad un danno irreversibile dei tessuti e ad una possibile infertilità permanente.

Lo studio con le nanoparticelle d’oro non diede grandi risultati in quanto il riscaldamento prodotto produceva bruciature nella pelle attorno ai testicoli facendo giustamente pensare ai ricercatori che la procedura potesse essere sia rischiosa che dolorosa per l’animale.

Otto anni dopo Sun e il suo team cambiarono la procedura sostituendo le nanoparticelle d’oro con nano strutture identiche per forma e dimensioni ma costituite di ossido di ferro magnetico. Queste particelle adesso venivano somministrate alle cavie per via endovenosa utilizzando poi un magnete posto in prossimità dei testicoli per indirizzarle verso questa zona. Finita questa fase una spira percorsa da corrente veniva posta in prossimità dei testicoli in modo da produrre un riscaldamento delle nanoparticelle magnetiche tramite un meccanismo tipico proprio di questi nanosistemi.

In sintesi ciò che osservarono era che dopo il trattamento i testicoli della cavia si contraevano e la fertilità veniva significativamente ridotta, se non del tutto eliminata. Tutto questi effetti però erano temporanei difatti i testicoli recuperavano il loro tono dopo circa 30-60 giorni e la fertilità veniva quasi del tutto ripristinata in circa 60 giorni.

Esatto la fertilità non tornava ai valori di partenza ma comunque i ricercatori videro che non c’erano differenze significative e che i cuccioli partoriti dalle femmine che si erano accoppiate con i maschi trattati non mostravano difetti morfologici di alcun tipo. In aggiunta Sun e il suo team videro anche che queste nanoparticelle di ossido di ferro venivano gradualmente eliminate dall’organismo rendendole meno pericolose e tossiche rispetto a quelle di oro che rimanevano invece per tempi indefiniti nei testicoli delle cavie.

Come spiegato all’inizio la portata applicativa di questo progetto è ristretta al momento solo al mondo animale benché siano necessari ulteriori studi per stabilire quanto sia impattante la procedura sulla vita quotidiana degli animali e su quali specie queste nanoparticelle possono effettivamente essere utilizzate, poiché studi scientifici hanno mostrato che alcuni tipi di mammiferi (come rinoceronti e delfini) potrebbero accumulare ferro nell’organismo che in grandi quantità è tossico.

Per quanto riguarda quindi l’applicazione su esseri umani siamo ancora in alto mare e il trattamento necessita di essere rivisto poiché se per una cavia è fattibile per un essere umano un trattamento che prevede anestesie, iniezioni endovenose e trattamenti con magneti lunghi e in zone del corpo dove potrebbe non essere proprio confortevole non è il massimo (oltre al fatto di ritrovarsi i testicoli ridotti in dimensione).

L’obbiettivo finale di Sun comunque rimane quello di riuscire a trovare un modo di rendere la nanocontraccezione applicabile all’uomo magari rendendo le nanoparticelle assumi bili per via orale e trovando un altro modo per veicolarle verso i testicoli.

Come sempre per finire vi lascio il link della fonte utilizzata per la stesura dell’articolo:

-https://phys.org/news/2022-01-great-balls-testicles-nanoparticles-day.html

SEQUESTRO PENALE E CONFISCA

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“Sequestro” e “confisca” sono due termini spesso usato impropriamente nel linguaggio comunque e, quindi, è opportuno fare chiarezza.

Il sequestro consiste nella sottrazione di un bene, mobile o immobile, finalizzata ed evitare che dello stesso il legittimo proprietario possa disporne.

In ambito penale, il sequestro può essere di tre tipologie: probatorio (consiste nell’assicurare una cosa mobile o immobile al procedimento per finalità probatorie), conservativo (il suo scopo è quello di sottrarre all’imputato la disponibilità dei beni in vista del pagamento della pena pecuniaria) o preventivo (si utilizza quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze dello stesso ovvero agevolare la commissione di altri reati).

La confisca, analogamente al sequestro, consiste nell’apprensione di uno o più beni, ma con differente finalità: mentre il sequestro comporta una sottrazione temporanea, la confisca si caratterizza, al contrario, per il fatto di essere definitiva.

Inoltre, mentre il sequestro ha finalità cautelare, la confisca ha carattere di definitività, essendo prevista solo a seguito di una condanna.

Fonti: Codice Penale, Altalex, Treccani, LaLeggePerTutti

La prevenzione in una goccia di sangue: lo screening neonatale metabolico

Con il termine “screening neonatale metabolico” si intende una attività di prevenzione secondaria volta ad individuare determinate patologie metaboliche in fase pre – clinica (asintomatica).

Nella pratica, questo screening consiste nel prelievo da tallone del neonato di una o più gocce di sangue, le quali vengono raccolte su di uno speciale cartoncino che le assorbe. Dopo essere stato asciugato, il cartoncino identificato con i dati del neonato viene inviato al laboratorio specialistico del Centro per lo Screening Neonatale di Riferimento dove il personale processa il campione e lo analizza. L’analisi del campione viene eseguita con test specifici e strumentazione complessa, come lo spettrometro di massa tandem che permette la valutazione di alcuni marcatori per determinate malattie metaboliche tra cui acidurie organiche, aminoacidopatie, difetti della beta ossidazione degli acidi grassi, malattie lisosomiali.

Nel caso in cui un neonato risulti positivo ad una patologia (ossia presenti uno o più marcatori alterati), il test viene ripetuto (re-testing) oppure, in determinati casi vengono eseguiti i second-tier tests, analisi diverse effettuate sulla stessa matrice (il cartoncino) che valutano e misurano analiti più specifici per la patologia in esame. Se il re-test o il second-tier test risulta positivo, il dato ottenuto deve essere confermato (test di conferma) poiché infatti lo screening non è un test di diagnosi. Qualora anche il test di conferma diagnostica risultasse positivo, ciò implicherebbe la presa in carico da parte del Centro per lo Screening Neonatale del piccolo paziente, affinchè venga somministrato lo specifico trattamento per la patologia individuata. Il test di conferma viene eseguito su una matrice differente dal primo campione, ossia su plasma e/o urine (diagnosi biochimica). La diagnosi genetico – molecolare consiste invece nell’analisi del DNA del neonato per la ricerca della o delle mutazioni causanti la malattia.

L’applicazione dello screening consente quindi di individuare nei neonati determinate patologie in fase precoce, permettendo la presa in carico tempestiva del paziente e l’applicazione del trattamento che può modificare la prognosi in modo significativo, evitando danni irreversibili alla salute del neonato o, in alcuni casi, l’exitus.

Sfortunatamente, lo screening come pratica di medicina preventiva non può essere applicato a tutte le malattie ma solo ad alcune che rispondono a requisiti specifici, in particolare:

  • la malattia oggetto di screening deve essere conosciuta e rappresentare un importante problema di salute per l’individuo e la comunità;
  • deve esistere una forma di terapia accettabile che determini dei progressi nel decorso della patologia;
  • la malattia deve avere un periodo di latenza o sintomi prodromici tra la nascita e l’esordio;
  • deve esistere un test applicabile in tale periodo e che sia appropriato (non costoso, non invasivo, sensibile, specifico).

Turismo spaziale: in arrivo il primo hotel orbitante

Sembra fantascienza, ma ormai parliamo di solide realtà: nel 2024 Axiom Space inaugurerà il progetto di realizzazione di un albergo spaziale lanciando un modulo iniziale che sarà ormeggiato alla Stazione Spaziale Internazionale.

Il progetto si chiama Axiom Space Station e avrà un costo di circa 2 miliardi di dollari, ed è stato approvato dalla NASA da più di un anno. La struttura comprenderà laboratori, spazi di produzione e un osservatorio panoramico, sviluppandosi inizialmente sulla struttura della ISS per poi svincolarsi una volta che avverrà la dismissione di quest’ultima, prevista prima del 2030. Dunque il progetto della Axiom verrà attuato nei pochi anni compresi tra il lancio del primo modulo e la fine del decennio.

A partire dal prossimo gennaio il primo equipaggio composto solo da civili (escludendo un ex-pilota della NASA) giungerà sulla ISS per gettare le basi del progetto, prendendo parte alle attività previste sulla stazione in quanto membri della Axiom, quindi svincolati da organizzazioni governative.

L’idea per il futuro è aprire le porte di questi moduli spaziali al turismo: ricercatori o studiosi con obiettivi scientifici, commerciali o di qualunque natura potranno raggiungere questo avamposto orbitante per poter svolgere le proprie ricerche o, perchè no, godersi la vista affacciandosi ad un oblò per ammirare il nostro pianeta.

L’interno sarà arredato dal designer Philippe Starck, il quale ha preposto delle cabine a forma di uovo, imbottite e arricchite da LED, provviste chiaramente di finestre verso l’esterno, richiamando un’estetica associabile ad alcune delle più famose opere fantascientifiche. La nuova casa dell’umanità nel Cosmo, così la definiscono da Axiom Space, sarà la prima stanza “pensata perché gli umani possano contemplare il proprio posto nell’universo”.

É finalmente arrivato il momento di poter toccare con mano l’idea di lasciarsi alle spalle il peso della gravità terrestre per immergersi nel cosmo: chissà che questa nuova prospettiva non possa portare a nuove scoperte e possibilità per il genere umano.

Fonti: https://www.axiomspace.com/

Il mistero delle lame di Damasco

Quanti di voi conoscono il mitico acciaio di Damasco ? Per chi non lo conoscesse si tratta di una lega leggendaria la cui tecnica di produzione scomparve circa 300 anni fa e il cui segreto rimase irrisolto per molti anni. Un materiale con cui venivano prodotte armi riconoscibili per le caratteristiche venature ondulate che pervadevano le lame; lame estremamente resistenti ma allo stesso tempo sufficientemente flessibili da poter piegare la punta fino all’elsa e così affilate da essere in grado di tagliare una piuma a mezz’aria.

Per queste straordinarie caratteristiche, per il segreto che è sempre aleggiato sulla sua tecnica di produzione e per la scomparsa di fabbri a conoscenza di esso l’alone di mistero e il fascino dietro le mitiche armi prodotte con questo incredibile materiale è sempre rimasto vivo per gli appassionati del settore, ma nel 2006 gli scienziati dell’Università di Dresden, guidati dalla ricercatrice Marianne Reibold, sono riusciti a fare chiarezza su ciò che rende così unico l’acciaio Damasco.

Sembrerà strano ma come è successo più volte in antichità il segreto dietro la tecnica di produzione dell’acciaio Damasco è l’uso inconsapevole di processi che portavano alla sintesi di nanosistemi.

Ma prima di addentrarci sulla natura di questi nanosistemi è interessante analizzare come venivano prodotte queste lame, o meglio con che materia prima. Il materiale grezzo con cui i fabbri arabi fabbricano questi artefatti erano difatti dei blocchi di un acciaio grezzo indiano particolarmente ricco in carbonio chiamato Wootz.

Ed è qui che sorge un problema, anzi un paradosso perché un acciaio con un elevato contenuto in carbonio (1-2%) è si estremamente duro ma è anche piuttosto fragile e il Wootz con il suo contenuto di circa 1,5% di carbonio avrebbe dovuto essere un pessimo materiale di partenza in quanto le spade prodotte avrebbero dovuto spezzarsi dopo qualche impatto in battaglia invece di avere quelle straordinarie proprietà citate prima.

Ma il team di Reibold è riuscito a risolvere ogni segreto e paradosso analizzando parte di una lama creata dal famoso fabbro Assad Ullah nel diciassettesimo secolo e gentilmente donata dal Museo di Storia di Berne in Svizzera. Nei loro studi i ricercatori hanno scoperto che acciaio conteneva nanotubi di carbonio ( un materiale dall’incredibile elasticità e resistenza alla trazione) contenenti dei nanofili di cementite, un composto estremamente duro e fragile che si forma durante la produzione dell’acciaio.

Il segreto quindi è questo, la presenza di un nanomateriale composito formato da una parte estremamente flessibile (i nanotubi) e una molto dura (la cementite) che assemblati insieme danno origine a strutture in grado di compensare i difetti dei singoli componenti. Se ci pensate è l’equivalente in piccolo del cemento armato dove per ovviare alla fragilità del cemento (il materiale duro) si costruisce al suo interno una maglia di cavi di acciaio (il materiale flessibile).

Ora una domanda può sorgere. Benché inconsapevoli di ciò che in realtà stavano facendo, come riuscivano i fabbri arabi nel medioevo a produrre questo tipo di materiali ? Il segreto secondo i ricercatori guidati da Reibold risiede sia nella tecnica di produzione che nella composizione del Wootz. Quest’ultimo infatti conteneva piccole tracce di Vanadio, Cromo, Manganese, Cobalto e Nickel che attraverso fasi alternate di forgia e tempra avrebbero agito come catalizzatori (promotori) per la formazione dei nanotubi di carbonio che a loro volta avrebbero promosso la formazione dei nanofili di cementite.

Perciò tramite una raffinata tecnica di produzione ormai perduta e un materiale particolare come il Wootz, ormai anch’esso non più disponibile dal diciottesimo secolo, questi fabbri erano in grado di sintetizzare veri e propri nanomateriali.

Che dire incredibile !

Come sempre per finire vi lascio in calce tutti i link riguardanti le fonti che ho utilizzato per la scrittura dell’articolo nonché i riferimenti all’articolo originale di Reibold e il suo team:

  1. Reibold, M., Paufler, P., Levin, A. et al. Carbon nanotubes in an ancient Damascus sabre. Nature 444, 286 (2006).
  2. https://www.nationalgeographic.com/science/article/carbon-nanotechnology-in-an-17th-century-damascus-sword
  3. http://physicsbuzz.physicscentral.com/2021/03/damascus-steel-premier-in-material.html